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IL MOBBING

Mobbing è un termine che deriva dall’inglese to mob e vuol dire: accerchiare, circondare, assediare, attaccare, assalire in massa, affollarsi intorno a qualcuno o qualcosa. Lo studioso Heinz Leymann nei primi anni ‘80 importò il termine in ambiente lavorativo indicando con esso l’azione di terrorismo psicologico che viene praticato contro una o più persone attraverso una serie di iniziative vessatorie e persecutorie. Leymann definì il mobbing: “una forma di terrorismo psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico posto in essere in forma sistematica da uno o più soggetti, di solito verso un unico individuo che, a causa di tale persecuzione, si viene a trovare in una condizione indifesa e diventa oggetto di continue attività vessatorie e persecutorie che ricorrono con frequenza sistematica e nell’arco di un periodo di tempo non breve, causandogli sofferenze mentali, psicosomatiche e sociali”.
Due sono gli aspetti fondamentali che caratterizzano questo fenomeno: la durata e la sistematicità. Questi due aspetti congiunti diventano perciò una strategia: costringere la persona alle dimissioni o cercare una buona ragione per licenziarla.
Una strategia subdola di destabilizzazione della persona lavoratrice, con un obiettivo preciso: estromettere la persona dal proprio ambiente di lavoro.
Le violenze psicologiche regolari, sistematiche e ripetute nel tempo possono però portare a conseguenze molto più gravi che la sola perdita del lavoro, e la persona vittima di tali azioni può subire danni alla salute ed alla sfera delle sue relazioni sociali e famigliari.
In sintesi, il mobbing non è un evento in sé ma piuttosto un processo che si manifesta attraverso episodi e comportamenti vessatori reiterati nel tempo e che porta ad un logoramento psicologico, socio-relazionale e organico. Alcune precise caratteristiche distinguono il mobbing da altre conflittualità organizzative: l’intenzionalità del mobber di ledere, la percezione dell’azione mobbizzante, il carattere asimmetrico di potere nella relazione tra aggressore e vittima, e la temporalità intesa come frequenza, intensità e durata delle azioni moleste.

LA LEGGE REGIONALE 8 APRILE 2005 N. 7 "INTERVENTI REGIONALI PER L'INFORMAZIONE, LA PREVENZIONE E LA TUTELA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI DALLE MOLESTIE MORALI E PSICO-FISICHE NELL'AMBIENTE DI LAVORO.

dall'art. 1 - Finalità. "La Regione Friuli Venezia Giulia, secondo i principi enunciati negli articoli 2, 3, 4, 32, 37 e 41 della Costituzione, persegue lo sviluppo della cultura del rispetto dei diritti della persona e la tutela della sua integrità psico-fisica, il miglioramento della qualità della vita e delle relazioni sociali nell'ambiente di lavoro e il contrasto dell'esclusione sociale". Perciò la Regione intende "promuovere iniziative di prevenzione e sostegno a favore delle lavoratrici e dei lavoratori che si ritengono colpiti da azioni e comportamenti discriminatori e vessatori protratti nel tempo".

I PUNTI DI ASCOLTO ANTIMOBBING

Sulla base della sopra citata L.R. 7/2005, la Regione Friuli Venezia Giulia ha accreditato i Punti di Ascolto Antimobbing, istituiti dalle Province, ovvero da altri enti locali, da associazioni, da organizzazioni sindacali e datoriali: si tratta di sportelli che offrono alle lavoratrici e ai lavoratori la possibilità di avere una consulenza qualificata, che possa orientare al conseguimento di una condizione di benessere nel proprio ambiente di lavoro ed indicare percorsi personalizzati di uscita da eventuali situazioni di disagio lavorativo. I Punti di Ascolto accreditati sono organizzati secondo modalità e requisiti disposti da Regolamento regionale, proprio per garantire ai cittadini la necessaria qualità e sicurezza.

LEGGE REGIONALE 8 APRILE 2005 N. 7

REGOLAMENTO REGIONALE PUNTI DI ASCOLTO 

 

Pagina aggiornata il: 24/02/2015 15.44 

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