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La letteratura delle origini

Il latino rustico che si parlava ai tempi della Aquileia romana si è via via trasformato, diventando il volgare friulano usato dalle nostre genti sia come lingua di relazione, sia per le prime forme di letteratura popolare. La nostra storia letteraria, dunque, si è sempre sviluppata su due binari: quello colto-scritto e quello orale-popolare. Una vera coscienza etnica e linguistica sorse in Friuli soltanto verso il Mille. Anche se si può ragionevolmente supporre che la lingua friulana sia stata usata tra il IX e il XIII secolo come parlata esclusivamente popolare, rustica, isolata. La letteratura più antica del Friuli, prima che nei testi ufficiali, va ricercata all’interno della tradizione orale dove vengono conservati i modelli tipici della parlata popolare locale, vale a dire le villotte e le cantiche (cjantis), per lo più consistenti in una o due quartine di ottonari che, oltre a costituire una valida testimonianza letteraria, interessano la storia del costume in quanto riportano i temi della coeva letteratura “dotta “ di quei secoli “senza lingua”. I primi documenti di scrittura in friulano sono originati da esigenze pratiche e consistono in rotoli, elenchi, note amministrative; la più antica testimonianza è costituita da un rotolo censuale del Capitolo di Aquileia steso in latino, ma con nomi propri friulani (in veste desinenziale latina), che porta la data del 1201, copia di un originale risalente al 1150. I più antichi testi friulani di provenienza dotta, sono anonimi e risalgono al XIV secolo. È il Trecento, infatti, ad offrire i primi scritti di valore poetico, oltre che linguistico, che sono di chiara influenza romanza cortese, come la famosa ballata amorosa “Piruç myo doç inculurit”, trascritta da un notaio cividalese di probabili origini lombarde, il contrasto amoroso tra donna e innamorato “Biello dumlo di valor”, sempre di scuola notarile cividalese, e la frottola “E là four dal nestri chiamp”.

Il Quattrocento e il Cinquecento

Dal XV secolo la potenza politica di Venezia impose anche al Friuli il proprio influsso letterario e ciò, oltre agli aspetti negativi, allargò gli orizzonti della letteratura friulana, inserendola nel più ricco ed articolato flusso della cultura italiana. Troviamo così i primi umanisti come Guarnerio d’Artegna (1400-1466) che donò al Comune di San Daniele la sua preziosa raccolta di codici antichi e libri rari, il pordenonese Pietro Edo (1427-1504) che scrisse principalmente in latino, ma che volgarizzò le Costituzioni della Patria con un libretto stampato a Udine nel 1484. Parallelamente al diffondersi in Italia di scuole pubbliche, troviamo anche in Friuli insigni maestri che qui portarono l’influsso della cultura italiana, che però finì con lo svilire le forme autoctone e tradizionali di quella friulana, avvertibile, ad esempio, nell’attività letteraria di Erasmo da Valvasone (1523-1593). Così il Quattrocento in lingua friulana offre solo una vasta produzione di elenchi e atti amministrativi. Nel Cinquecento si comincia ad usare correntemente in friulano il sonetto e l’ottava rima. Nella seconda metà del Cinquecento si trova finalmente affermata l’importanza del friulano ad opera di alcuni rimatori come Nicolò Morlupino (1528-1570), Girolamo Biancone (1515-1580), Giuseppe Strassoldo (1520-1597) e Girolamo Sini (1529-1602). Il Cinquecento presenta anche diversi componimenti di interesse letterario e filologico, tutti in versi, eccetto una traduzione del Boccaccio, il primo e parte del secondo canto dell’Orlando Furioso e alcuni proverbi.

Il Seicento

La vena poetica friulana fiorita nel Cinquecento trovò fecondi sviluppi nel Seicento, secolo che vide l’opera di tre dei maggiori autori friulani di tutti i tempi: Ciro di Pers, Eusebio Stella e Ermes di Colloredo, ai quali bisogna aggiungere l’attività letteraria di Paolo Fistulario (1587-1631) che, fra l’altro, tradusse in friulano Petrarca e Ariosto e quella di Plutarco Sporeno e Girolamo Missio con le loro fiorite poesie amorose e giocose. L’erudito Ciro di Pers (1599-1663) scrisse una tragedia e le Poesie (pubblicate postume nel 1666), nelle quali si nota una buona articolazione del pensiero che allontana il poeta da marinisti e antimarinisti e un continuo interesse morale che sottende e connette le liriche su temi tardo barocchi come la caducità dell’uomo e l’inesorabile trascorrere del tempo. Eusebio Stella (1602-1671) scrisse in diverse lingue, ma soprattutto in friulano e le sue migliori liriche, le brevi , effondono il suo brillante e sincero realismo. Ermes di Colloredo (1622-1692) nacque a Colloredo di Monte Albano da nobile famiglia feudale tedesca e fin da giovane apprese l’amore per la letteratura e l’arte dal cugino Ciro di Pers, letterato del tempo. Avido di amore, caccia e allegria, dimorò a lungo come paggio alla corte dei Medici, fu al servizio di Venezia nella guerra di Dalmazia e visse come cortigiano alla corte degli Asburgo di Vienna. Si sposò tardi con Giulia Savorgnan, ma il suo grande amore restò una donna che lui chiamò con lo pseudonimo di Polimia, alla quale dedicò diverse poesie. Si ritirò a Gorizzo, presso Codroipo, dove morì. Fu poeta vigoroso, indocile, spregiudicato e versatile, alieno da freni e preoccupazioni d’arte. Negli ultimi trent’anni passati in Friuli scrisse circa duecento poesie, di carattere intimistico, amoroso, descrittivo della natura e satirico, pubblicate integralmente solo qualche anno fa. Se con il ricorso alla poesia il Colloredo diede sfogo ai suoi umori, con l’uso della lingua friulana, egli volle riscattare la sua libertà individuale e restare libero da schemi letterari, tanto da togliere la poesia friulana dallo stadio rusticale per farla entrare nella comune coscienza quale forte mezzo di espressione. Grazie a lui, il Friuli acquisì una sua propria autonoma poesia che non imitava quella italiana (espressa dai tardo petrarchisti e dai marinisti barocchi). La poderosa opera di Ermes di Colloredo è interessante per vigoria del linguaggio, ispirazione spregiudicata, unità e organicità letteraria. Fra i suoi testi migliori si ricordano Pascute e Macôr, vivace contrasto paesano, lo splendido Dialogo di une citine cul confessôr e il folto gruppo dei sonetti.

Le Poesie di Ermes di Colloredo

Il Settecento

Se nel Settecento le Accademie, perno della nuova cultura illuministica, fiorirono in Friuli (Accademia degli Sventati, Accademia dei Filomazi, la colonia di Arcadia detta “Giulia” e poi quella di Gorizia), la produzione letteraria segnò il passo e fu piuttosto scarsa e di prevalenza in prosa. Tra i pochi letterati degni di nota bisogna ricordare Giusto Fontanini (1666-1736) che pubblicò la Biblioteca dell’eloquenza italiana, una sorta di bibliografia ragionata della letteratura italiana, Gian Giuseppe Liruti (1689-1780), autore delle Notizie sulle cose del Friuli , compendio di cronache tuttora utili per una ricostruzione storica del Friuli, Gian Francesco de Rubeis (1687-1775) storico del Monumenta Ecclesiae Aquileiensis, Domenico Ongaro (1713-1796) celebre copista di manoscritti ora introvabili, Gian Giuseppe Bosizio (1660-1743) traduttore in friulano di tutta l’opera di Virgilio, Daniele Concina (1687-1756), teologo e autore di libelli contro il lassismo e il probabilismo, Giorgio Polcenigo (1715-1793), poeta satirico contro l’aristocrazia e Gabriele Paciani (1700-1793) autore di sonetti pervasi da una accentuata vena malinconica e in lingua di koiné sulla scia del Colloredo.

L’Ottocento

Con l’Ottocento la poesia friulana esce dalle accademie e dai cultori isolati per farsi popolare e il merito di questa fioritura va a Pietro Zorutti, insieme al risveglio della coscienza regionale di pari passo con l’imporsi di quella nazionale. A ciò si deve aggiungere lo sviluppo degli studi sul linguaggio (da parte di Ascoli, Pirona, Leicht e Joppi), l’apporto delle cui ricerche confermerà l’interesse per la lingua che i sentimenti dei poeti celebravano già da 5 secoli. Lo Zorutti fu preceduto da Fiorindo Mariuzza, il poeta contadino, giullare di piazza, che scriveva versi per cantarli. Pietro Zorutti (1792-1867) nacque a Lonzano di Dolegna da una famiglia agiata, che però decadde economicamente e il giovane Pietro dovette abbandonare gli studi e trasferirsi con i suoi a Bolzano di San Giovanni. Si impiegò quindi all’Intendenza di Finanza e si sposò andando ad abitare a Udine. Pubblicò il Strolic furlan (prima ogni tre anni e poi annualmente) dal 1821 al 1869, che egli andava a vendere nei paesi e anche a Trieste, dove risiedevano molti lavoratori friulani e che fu particolarmente vitale nel diffondere una sorta di friulano comune, o koiné, basata sulla parlata della borghesia del Friuli centrale. Fu un grande volgarizzatore che rivelò grandi possibilità ma incostante impegno e non sempre sufficiente coscienza poetica e linguistica. Descrisse la natura con versi fluidi e musicali, rientrando nel filone idillico-sentimentale bucolico. Descrisse i vizi e le debolezze dei suoi contemporanei con epigrammi graffianti e ironici. Ebbe una vena poetica prolissa estranea a preoccupazioni stilistiche; avverso ai romantici suoi coevi, non si curò di politica e di problemi sociali. Apprestò un friulano standard, adatto ad una larga diffusione (“ma ci voleva il romanticismo della Percoto e del Nievo per dipingere poeticamente il Friuli”, disse a proposito il Pasolini). La sua poesia fece nascere la confidenza nella lingua e determinò la moltiplicazione dei cultori, per imitazione prima e per reazione poetica più tardi. Le sue numerose poesie, molte scritte in occasione di matrimoni e ricorrenze, vennero pubblicate dal Chiurlo nel 1922. Autore molto noto in Friuli, Zorutti fu quasi sconosciuto nel resto dell’Italia, anche se ammirato dal Tommaseo e dal Carducci, che lo mettevano alla pari col Belli.

Nel teatro si possono ricordare i nomi dell’udinese Antonio Somma (1809-1865) e del sandanielese Teobaldo Ciconi (1824-1863) più versato nel genere comico e moralistico. Ma la maggiore divulgazione della letteratura friulana dell’Ottocento è affidata a due figure di spicco, profondamente diverse, ma accomunabili per l’acuta osservazione della realtà friulana: Cateria Percoto e Ippolito Nievo che scrissero rispettivamente in lingua friulana e italiana.

Caterina Percoto (1812-1884) nacque a Soleschiano di Manzano da famiglia nobile, andò a studiare a Udine nell’educandato di Santa Chiara, dove conobbe un giovane del quale si innamorò. Per questo dovette abbandonare il collegio e gli studi e ritirarsi nel suo paesino di campagna, dove visse senza sposarsi, attorniata dall’amore dei familiari e coltivando l'interesse per la letteratura. Cominciò a scrivere in italiano sul periodico triestino “La Favilla” diretta da Francesco dall’Ongaro, dove dimostrò già una profonda vena artistica. Quindi scrisse circa 30 racconti e novelle in lingua friulana (pubblicate dal Chiurlo nel 1929), che sottolineano il suo impegno morale e sociale (estraneo come si è detto allo Zorutti) e la sua intimità con la lingua e gli argomenti della vita di ogni giorno dei contadini friulani, descritti in un’atmosfera intensa e severa, realistica e fresca, sincera e efficace, scabra e vigorosa. Ebbe anche il merito di essere stata la prima raccoglitrice delle tradizioni orali friulane, anche se poi modificate dalla propria arte letteraria.

Insieme al Colloredo e allo Zorutti, la Percoto contribuì alla creazione delle koiné friulana, che diventerà il modello letterario di molti scrittori friulani. La Percoto fu aperta agli spiriti eletti dell’Italia e le sue prose recano diversi richiami patriottici, con un senso severo della vita e dell’arte. Per la Percoto la vita era dolore da superare nella carità, per Zorutti era dolore da superare con sorridente filosofia. La Percoto scese nell'animo popolare e in questo senso l’uso della lingua friulana fu prezioso e austero, non strumento per esprimere banalità. Le sue prose, stilisticamente perfette, costituiscono un monumento di poesia e di vita e si raccomandano, oltre che per la freschezza e la delicatezza del racconto, per la purezza e l’esattezza della lingua. La seconda metà dell’Ottocento fu un periodo favorevole allo sviluppo dell’attività letteraria friulana, attraverso l’opera di Pietro Bonini (1844-1905), di Ferdinando del Torre (autore dell’almanacco Il Contadinel 1856-1894) e di G.B.Gallerio, della narrativa popolare (Giovanni e Luigi Gortani), del romanzo storico (Giuseppe Marcotti), degli studi folkloristici (Valentino Ostermann) delle “Guide” edite dalla Società Alpina Friulana, della diffusione dei giornali (Il Friuli 1849-1851) e delle riviste (Pagine Friulane), nonché della pubblicazione nel 1871 del Vocabolario Friulano di Jacopo Pirona. Anche in seguito al diffondersi della cultura del positivismo venne raccolto e salvato un abbondante e articolato patrimonio di cultura popolare come canti, leggende, costumanze e tradizioni e cominciarono ad essere trascritte le circa quattromila “villotte”, le famose composizioni popolari scritte e musicate  che contenevano “l’anima friulana”, con i suoi sogni e il suo più crudo realismo. Tra l’Ottocento e il Novecento la schiera degli scrittori si fa ancora più folta e feconda, con autori che seguono la felice traccia dello Zorutti ed altri che, discostandosene, cominciano ad inserirsi nelle più nuove correnti letterarie del tempo. Vengono scritte e rappresentate anche diverse opere teatrali, tra il comico e il sentimentale, soprattutto di argomento paesano e di ambiente sociale. L’Ottocento, dunque, fu un periodo molto vario negli interessi, nelle forme e nei generi letterari, anche se la sua produzione scritta generalmente non esce dai consueti limiti di spirito, d’intonazione e di soggetto vernacolari.

Ritratto di Jacopo Pirona

Il Novecento

Il Novecento fu il periodo più ricco della letteratura friulana sia sotto il profilo della qualità che della quantità. Se l’inizio del secolo vide ancora i letterati friulani attardarsi su modelli e temi ottocenteschi (Maria Molinari Pietra, Luigi Gasparotto, Marcello Valentinis, Giuseppe Ellero, Emilio Girardini), una certa novità si riscontrò nell’opera di altri scrittori. Già Pietro Bonini (che volle elevare il friulano a lingua) tra l’Ottocento e il Novecento si agganciò alla migliore tradizione, costringendo il friulano, spesso prolisso, alla sintesi, che è la prima caratteristica della poesia, allontanandolo anche dal dilettantismo e dall’improvvisazione, oltre che dai motivi plebei, per una sua responsabilizzazione verso i problemi della vita. Anche in Enrico Fruch, appassionato educatore, poeta della campagna e della montagna, e in Vittorio Cadèl (1884-1917), si avvertirono i problemi di un rinnovamento non più rinviabile, rintracciabili poi anche nell’attività letteraria dell’udinese Ercole Carletti (1877-1946), di Celso Cescutti (1877-1966), di Giovannni Minùt (1895-1967) e del cormonese Dolfo Zorzut (1894-1960), raccoglitore di leggende popolari e autore di racconti friulani. Fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale questo rinnovamento si fece più concreto attraverso l’opera di Ugo Pellis, Giovanni Lorenzoni e del nostro più grande critico letterario, Bindo Chiurlo (1866-1943), alla cui ispirazione poetica si aggiunsero studi di estetica, filologia e  letteratura italiana e straniera. Si stava ormai sviluppando un vigile senso critico che aiutò la poesia a liberarsi da scorie dialettali e da atteggiamenti folkloristici. La poesia, dunque, doveva essere assolutamente nuova, ricreata, non fondata sui modelli, anche buoni, del passato. Un periodo doveva chiudersi perché la parlata era cresciuta a lingua, e la lirica era svincolata da modelli stereotipati: insomma era sorta un’arte poetica creativa, autonoma e non tributaria di alcuno. In questo senso, il taglio netto venne inferto dal goriziano Franco de Gironcoli (1892-1979) con le sue Elegie, dove la poesia (iniziata a scrivere soltanto nel 1943), velata di amarezza, fu vergine, aristocratica, non dialettale, ma quasi di provenienza classica. Egli reinventò praticamente la lingua materna: postosi a studiare il Colloredo, scoprì il friulano nella sua evoluzione storica, arrivando fino al recupero cosciente della tradizione friulana. Siamo nel 1944. Pier Paolo Pasolini con alcuni giovani di Casarsa, rilevando la persistenza letteraria di temi e forme ormai vecchi, negò ogni compromesso con il passato e cercò di applicare al friulano le discusse esperienze di oltre Livenza e d’Oltralpe della “parola-suono”. In altre parole intravide la misura che avrebbe potuto raggiungere la poesia friulana con un adeguamento alle correnti contemporanee, mediante l’uso delle “radici romanze” della lingua. Egli espresse dunque una consapevole ed aperta ribellione contro la tradizione vernacolare della letteratura friulana, per scoprire nella nostra lingua le insospettate possibilità di esprimere con freschezza le sottili vibrazioni che formano il tessuto della lirica contemporanea, mediante giochi ritmici, atteggiamenti stilistici, effetti fonici, essenzialità espressiva e nuovo linguaggio poetico. Diversi giovani scrittori lo seguiranno, mentre altri, con altre forme letterarie, tenteranno di creare un nuovo capitolo nella storia della poesia friulana. Pier Paolo Pasolini (1922-1975), nacque da madre friulana a Bologna, dove scrisse i suoi primi versi nella lingua materna, approfondendo la sua conoscenza del casarsese in Friuli durante le vacanze estive. Qui si trasferì nel 1942, quando esordì con la raccolta Poesie a Casarsa (1942), raccolta di poesie luminose, cariche di reminiscenze provenzali e spagnole, di italianismi e invenzioni verbali, versi “cantati” alla ricerca di un paradiso perduto. A Casarsa si trovò a contatto con un friulano vergine e originale, che alla sua fantasia parve quasi suonare come versione moderna dell’antico provenzale. Meno che ventenne si gettò a capofitto nello studio del lessico e della sintassi friulana (aiutato da Riccardo Castellani) e provò a tradurre e ad adattare dall’italiano, dallo spagnolo, dal francese e dall’inglese. Voleva mostrare a se stesso le possibilità di un mezzo espressivo ancora intatto come era la lingua friulana; così usò la varietà dialettale di oltre Tagliamento, una lingua vergine che seppe piegare ad una sonorità inarrivata. Poi la conoscenza del friulano si perfezionò e la sua poetica divenne raffinata operazione, sorretta da alto gusto e da ricercatezza del vocabolo nel tentativo di ricreare la parola, di dare alla stessa un significato nuovo, di rivendicare la preminenza assoluta del suono sul senso letterale. Una poesia nuova per il friulano, mentre attingeva largamente a modelli fissati dall’ermetismo e dal simbolismo.” La sua era la prima uscita piena e decisa della nostra lingua fuori dalla “nape"” scrive il D’Aronco. In tal modo il colto e giovane poeta avvia un’operazione tesa a condannare la stanca e ripetitiva tradizione poetica per andarla a cercare, scrive lo stesso Pasolini, “dove la storia sconsolante del Friuli l’ha disseccata, cioè il Trecento. Quivi troveremo poco di friulano, ma tutta una tradizione romanza, donde doveva nascere quella friulana, e che invece è rimasta sterile”. Quindi un estetizzante e provocatorio esperimento reso ancora più radicale dal rifiuto della koiné linguistica e dall’adozione della variante casarsese, nonché precisato da una raffinatissima e lirica produzione, ricca di abbandoni simbolici e di palpitanti quadri friulani). In sintesi Pasolini condannò la ripetitiva e zoruttiana poetica friulana, rifiutò la Koiné linguistica e adottò la variante casarsese per ricreare la poesia e darle nuova dignità. Poeta raffinato e sensuale, “Pasolini visse il dramma interiore di una sensibilità esasperata in contrasto con una razionalità addirittura profetica” (A.Ciceri).

Pier Paolo Pasolini

Nel febbraio 1945 fondò a Versuta l’ Academiuta di lenga furlana, circolo culturale di diversi artisti e scrittori di controtendenza culturale. Nello stesso anno si laureò in Lettere a Bologna e cominciò a insegnare in Friuli. In Friuli scrisse anche Stroligùt di ca da l’agha (aprile e agosto 1944), Il Stroligùt (agosto 1945 e aprile 1946) e Quaderno romanzo n.3 (giugno 1947). Postumi verranno pubblicati sempre in friulano Dov’è la mia patria (1949) e Tal cûr di un frut. Partì con la madre da Casarsa per Roma nel 1949, sostituendo all’ambiente agreste friulano e alla sua lingua la gente di borgata della capitale e il romanesco. Dopo la sua morte sono stati pubblicati: I Turchi in Friuli (1976), mentre il numero unico della Società Filologica dedicato a Cjasarse (1995), oltre a trattare ampiamente l’autore pubblicò Il me pais al è colour smarit. L’esempio pasoliniano fu seguito dal cugino Domenico Naldini (n.1929) con una poesia assorta che si rifece ai moduli leopardiani, ai lirici greci, a Quasimodo, agli spagnoli e ai provenzali moderni e da Riccardo Castellani (1910-1977), il quale nelle poesie in variante casarsese espresse il suo amore nostalgico e la sua contemplazione per la natura. Il principale artefice del rinnovamento della cultura friulana fu Giuseppe Marchetti; nacque a Gemona nel 1902, a 25 anni fu ordinato sacerdote e in seguito si laureò in teologia presso l’Università Cattolica di Milano, dove il rettore, il grande filosofo Agostino Gemelli voleva restasse a insegnare, ma il Vescovo di Udine lo volle insegnante di lettere e storia nel Liceo del Seminario. Dopo essere stato cappellano militare in Africa, nel 1939 il Marchetti scelse di insegnare all’Istituto Magistrale “C.Percoto” di Udine e così fece fino alla sua morte, ad eccezione del periodo 1941-1944 che lo vide perseguito dal fascismo per i suoi insegnamenti schietti e scomodi, per i quali venne anche confinato vicino a Piacenza. Tornato in Friuli, nel febbraio 1946 pubblicò il primo numero di “Patrie dal Friûl”, primo foglio in koiné friulana, che uscirà settimanalmente fino al 1948 e poi quindicinalmente. Nel 1948 inaugurò presso l’Istituto Percoto il primo corso di cultura friulana per insegnanti, al quale fece da supporto dal 1952 il suo testo Lineamenti di Grammatica Friulana, dove si trovano anche chiare indicazioni per la koiné, che proprio gli autori di “Risultive” saranno i primi a raccogliere. Il Marchetti pubblicò nel 1956 il testo Scultura lignea in Friuli per tutelare quell’importante patrimonio artistico che andava perdendosi, nel 1959 Uomini e Tempi, biografia di 109 friulani illustri, nel 1965 Lis predicjs dal muini, libro di esortazioni morali, mentre nel 1966 (sei mesi dopo la sua morte) l’Associazione Risultive pubblicò Letaris ai Furlans, una raccolta di scritti che il Marchetti dedicò di volta in volta ad una persona che faceva un mestiere o una funzione. Il grande studioso gemonese non riuscì a completare Le chiesette votive del Friuli (pubblicato nel 1972), inventario di 812 chiesette campestri che costituiscono uno dei più rappresentativi patrimoni artistici e di fede del Friuli. Nel 1974 Risultive pubblicò quindi la sua Cuintristorie dal Friûl, raccolta di articoli usciti dal 1950 su la Patrie dal Friûl, dal chiaro stampo autonomistico, e nel 1976 I lunaris di Pre Bepo, pubblicazione delle sue poesie composte tra il 1943 e il 1947 e comparse sui lunari della Parrocchia di Gemona. Il movimento letterario Risultive venne fondato nel 1949 dai poeti Cantarutti, Cantoni e Virgili, contribuendo grandemente alla diffusione della giovane poesia friulana negli anni Cinquanta, al quale si associarono in seguito Brusini, Maria Forte, Muzzolini, Puppo, Mazzon, Picotti, Bortolussi. La rivista di studi romanzi Il Tesaur venne invece avviata da Gianfranco D’Aronco nel 1957 e vide l’adesione di Nadia Paoluzzo e Francesca Barnaba. Desiderosi di rinnovamento, ma collegati con la migliore tradizione popolare friulana, i poeti di questi due movimenti letterari ebbero l’indiscusso merito di dimostrare come il friulano potesse esprimersi in forme moderne pur restando legato alla tradizione. Domenico Zannier e Galliano Zoff fondarono invece la Scuele libare furlane, poi detta La Cjarande nel 1966, dal titolo di una sua sostanziosa antologia poetica. Notevole nell’ultimo quarantennio la produzione teatrale (Renato Appi e Alviero Negro) e quella dei romanzi (Forte, Menis, Paoluzzo, Virgili, Mazzon). Aderendo ai nuovi movimenti letterari, o da posizioni indipendenti, molti uomini e donne riscopersero il gusto e quasi l’orgoglio di esprimersi nella lingua materna, talvolta riallacciandosi a modelli noti e spesso per spingersi nelle forme moderne a trattare tematiche contemporanee. Alcuni scrittori, poi, hanno scritto sia in italiano che in friulano (Bartolini, Sgorlon, Giacomini, Angeli, Morandini) e ciò ha portato ad un ulteriore arricchimento di tematiche e stili.

Protagonista della rinascita letteraria del secondo dopoguerra è Dino Virgili (1925-1983). Nato a Ceresetto di Martignacco, si diplomò all’Istituto Magistrale “C.Percoto” di Udine e si dedicò all’insegnamento nelle Scuole Elementari, oltre a collaborare con diverse riviste come “Sot la Nape”, della quale diventerà direttore dal 1966. L’ispirazione lirica, la forza espressiva e la profonda sensualità fanno di Virgili un capofila del rinnovamento letterario e del panorama poetico friulano contemporaneo. Con la Cantarutti e Cantoni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie con il titolo di Risultive (1950) e sempre nel 1949 (a soli 24 anni), scrisse il primo romanzo in koiné friulana l’Aghe dapît la cleve (dove si narra l’epopea di una famiglia friulana nel desiderio di riscatto sociale da un Friuli ancora patriarcale). Nel 1964 pubblicò Furlanis, una raccolta di liriche e poemetti di alto lirismo sulla natura, la donna e l’amore, che l’autore visse con tanta commozione e sensibilità. Pur non avendo partecipato alla Resistenza, fu vicino al movimento partigiano della Osoppo e nel 1965 pubblicò Pai nestris fogolars, uno studio sulla poesia friulana della Resistenza. Nel 1968 pubblicò La Flôr. Letteratura ladina in Friuli, antologia letteraria dalle origini alla fine degli anni Sessanta e poi nel 1969 Colomberis e toratis e nel 1970 La fossa di Palmanova. Dal 1972 pubblicò La Bielestele, un libro di lettura per bambini, mentre la raccolta di elzeviri Paisanis e gli esercizi di scioglilingua Disleelenghis usciranno dopo la sua morte.

Fra le figure letterarie che hanno rinnovato la poesia friulana nel secondo dopoguerra riluce Novella Cantarutti (1920-1999). Nata a Spilimbergo, passò la sua gioventù a Navarons, frazione di Meduno e paese della madre; in seguito si laureò in Lettere e si dedicò all’insegnamento. Poetessa e scrittrice di illuminato orizzonte poetico, superò i vecchi schemi poetici ottocenteschi, portando nuova linfa alla nostra letteratura, sulle tracce di Pasolini, sul cui Stroligùt e Quaderno romanzo n.3 pubblicò alcune sue liriche. Già nel 1946 la Cantarutti pubblicava tre sue poesie sul Strolic della Filologica e nello stesso anno sul Ce Fastu alcune prose, mentre nel 1948 vinse il premio bandito dalla Filologica con il racconto Il cosacut, mentre nel 1950 otto poesie risultarono pubblicate sulla raccolta di Risultive. Con la forte ed armoniosa lingua del paese materno, la Cantarutti scrisse l’intera sua opera letteraria che rimase estranea alla koiné radicata nel secondo dopoguerra; con l’asciutto ed essenziale linguaggio “navaronense”, l’autrice espresse un lirismo di straordinaria altezza, dove forma e sostanza sono un tutt’uno che esprime memorie a lungo interiorizzate nella silenziosa contemplazione della natura e del tempo che passa. La Cantarutti pubblicò altre raccolte poetiche: nel 1952 Puisiis, nel 1968 Scais e nel 1989 In polvara e Rosa (antologia poetica contenente anche l’inedita raccolta Crevaduris). In prosa la scrittrice pubblicò nel 1964 La femina di Marasint, raccolta di 28 prose poetiche che illustrano la vita nella sua Navarons, nel 1976 Pagini’ seradi, raccolta di 30 racconti e nel 1997 Sfueis di chel atri iêr, antologia di tutte le prose dell’autrice. Nel 1978 ha curato la raccolta di testi poetici di Ercole Carletti con biografia e studio letterario su quello scrittore, mentre nel 1986 è la volta di O ce biela vintura, studio demologico sulle tradizioni di quattro paesi. A tutte queste pubblicazioni in lingua friulana, vanno aggiunti numerosissimi scritti in lingua italiana su argomenti di più vario interesse, che dimostrano l’impegno culturale e la vastità della cultura della raffinata scrittrice di Navarons. Fra i numerosi poeti friulani contemporanei è opportuno ricordare almeno Elio Bartolini, romanziere e poeta il cui fondo poetico è la constatazione amara del tramonto della società contadina e Amedeo Giacomini, studioso della letteratura friulana, filologo, romanziere e poeta e Davide Maria Turoldo  padre servita che si cimentò con successo nella poesia religiosa e mistica, sempre legata al dramma della vita umana quotidiana. Tra i romanzieri di successo che scrivono in lingua italiana si ricordano infine Stanislao Nievo e Carlo Sgorlon. Bisogna ricordare infine che una ancora più grande fioritura letteraria friulana di ogni genere (poesia, prosa, teatro, traduzioni), si ebbe dopo il terremoto del 1976, come ulteriore presa di coscienza dell’importanza di difendere le proprie radici etniche e culturali dopo che il disastro naturale aveva fatto perdere persone e case, trasformato il paesaggio, compromesso il tessuto sociale e l’impianto collettivo di concezioni, tradizioni e credenze. Il risveglio letterario portò nel contempo anche un esponenziale aumento della produzione libraria in ogni campo, dalle poesie, romanzi, opere teatrali e saggi dei nuovi autori alle ristampe dei classici friulani, dei vocabolari, delle grammatiche, dei proverbi, delle opere di tradizioni e costume.

Mario Martinis 

 

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